Donata Demattè.

 

Nei quadri di Giulia Gellini c’è una fortissima immedesimazione nel femminile, che non è soffusa, nè leggera: lo è nei movimenti, non negli accostamenti.

Nella serie del tango, è la donna a reggere la forza dell’incontro: l’uomo la sostiene, ma è lei che determina la forza espressiva del passo.

E’ lei ad essere calda sul freddo di lui, questo è evidente anche dall’uso dei colori complementari, il giallo contrastante il viola, o il blu e l’arancione, ad esempio:
si tratta di una tensione cromatica di forte impatto espressivo.
Il movimento viene fermato, (si notino l’inarcarsi delle schiene, le tensioni muscolari).
Il colore è usato in questa sequenza con molta competenza pittorica e l’immagine viene selezionata, così come la prospettiva (il cui sapiente utilizzo rivela anche un solido retroterra culturale), in base a quello che il quadro vuole significare.

Giulia Gellini coglie la sequenza, la condizione del tempo, della passione, dell’unione. Il tema del riflesso della realtà è ricorrente come moto circolare ma qui è la potenza dell’immagine ad avere la meglio.
Ed ecco che emerge tutta la padronanza della tecnica e del disegno. C’è armonia, mai improvvisazione.
Volendo fare un paragone musicale, Giulia Gellini conosce le note.
La dimensione della musica come vita appare contemporaneamente a quella del tempo che i corpi scandiscono nella loro unione. Qui tutti gli aspetti più fortemente sensuali spiccano anche nei dettagli, (i tacchi alti, gli spacchi delle gonne), ed è eros, forza vitale, fertilità. Il tutto su sfondi che a volte richiamano Dudovich e la cartellonistica degli Anni Venti e altri che evocano Boccioni e il Futurismo nell’espressione degli stati d’animo, resi con le ripetizioni progressive dei movimenti, dove i filamenti sono passaggi, fusioni che cancellano l’identità dell’atto stesso.
Il sentire diventa qualcosa di astratto, è sfida fisica, l’idea attraversa l’opera: è vibrazione (“Vibrazione tango” “E’ Possibile’).

A volte i soggetti sono smontati, in forme geometriche, come in “Doppia Anima”, ”Donna”: membra, seni che determinano altre forme e occhi che guardano nel femminile geometrico.
Le mani della pittrice, in “Introspezione”, generano anche qui filamenti che sono energia, comunicazione, rivolte verso se stessa. Formate e deformate nel contempo. Ancora il doppio: la mano e il suo movimento.

“Stupore”,  “Specchiarsi”: ecco gli occhi, gli sguardi, i doppi, lo specchio: temi fondamentali. L’immagine non è mai reale. Il soggetto viene guardato, guarda a sua volta, ritorna ad essere quadro e poi specchio del quadro, il quale a sua volta diventa lo specchio dell’anima. Il soggetto vuole che lo sguardo sia quello del cosmo che si cela dietro la pupilla: un infinito, un buco nero. L’occhio quindi guarda l’opera, viene guardato, è il doppio.
Ecco perchè lo specchio: al di là c’è l’occhio che guarda e nel contempo riflette.

Infine i manichini: nonostante siano struttura data, oggetti predefiniti, assumono grazie all’intervento artistico una vita propria. Sono resi vivi e fertili.
Uno di essi è adagiato su uno specchio: ancora il doppio, ancora acqua, ancora vita.

 

 

Fiammetta De Pra

Ritratto d’artista.

 

Strane creature vivono con noi in questo nostro complicato tempo, retto dalla velocità e dall’omologazione dove la quotidianità prende il sopravvento
a scapito della creatività e dell’immaginazione.

Le strane creature percorrono le nostre stesse strade, respirano la nostra stessa aria, ma a differenza nostra percepiscono il palpito della vita che scorre e appare in mille forme.

Osservano gli oggetti e ne conservano nella mente i profili, guardano un tramonto e ne catturano i colori, sentono il fruscio dei pensieri in volto assorto,
respirano l’angoscia di un sogno infranto in un pugno chiuso.

Si lasciano scivolare nella malinconia e dolcezza dei ricordi, affondano negli abissi dell’inconscio, e volano nell’impalpabilità dei sogni.

Quindi, con un atto creativo unico ed irripetibile, fermano in una tela lo specchio di questo nostro mondo così pieno di contraddizioni e al contempo terribilmente meraviglioso regalandogli l’immortalità. Questi sono gli artisti, emblematiche e sì complesse creature che pur nello svelarsi così manifesto, con i loro dipinti, rimangono ancora segretamente celati dietro ai loro infiniti colori.

 

 

Lorena Gava

Qualche nota sulla pittura di Giulia Gellini.

 

La pittura di Giulia Gellini è uno straripamento forte, continuo e accecante di colori.

Impressiona il modo in cui l’artista riesce a trattenere dentro i profili neri di figure-scheletro le variegate pezzature cromatiche che sembrano comporre
e insieme de-comporre i corpi rappresentati.

Giulia Gellini pare voler costruire immagini di donne e uomini riconoscibili ma nello stesso tempo ne svuota i corpi, lasciando sequenze di pose
radiografiche, successioni ritmiche di nervature nere, quasi filamenti liquidi di tensioni muscolari dapprima composte.

Linee e pigmenti attraversano la superficie dipinta come onde sonore, quasi un’eco visiva magnetica che prelude a forze misteriose, energie nascoste, capaci di catturare l’occhio di chi guarda dentro vortici di luce e complesse assonanze timbriche.
Nelle composizioni di Giulia Gellini, sia che si tratti di figure, di nature morte o addirittura di paesaggi urbanizzati, è sempre presente una sorta di grata prospettica, di intelaiatura grafico-mentale dalla quale è possibile scorgere ogni visione, visione che si mostra come da una vetrata gotica.

Le sue tele mi ricordano certi rosoni presenti nelle cattedrali medievali ma nello stesso tempo rimandano a scenari contemporanei popolati di presenze fantomatiche, di attori disumanizzati, sventrati, ridotti ad un sistema studiato di articolazioni meccaniche, di fili metallici raccolti in gangli vitali nevralgici.

A volte delle figure rimangono soltanto grumi ordinati di occhi spalancati che si affacciano dai confini di probabili maschere tribali, essenze ancestrali di un’umanità ridotta a forme di manichini semoventi.
Il ritmo del tango e il tempo di un abbraccio, presenti in molte tele, accompagnano la ricerca del doppio, della ripetizione, forse un desiderio inconscio di celebrare un’unità e di superare la condizione di freddo, sterile e brutale individualismo a cui sembra destinata la vita attuale.

Il volto sofferente di “Cristo” ci chiama a riflettere, ci induce a pensare, forse, al nostro destino, alla nostra condizione, come gli occhi del “Tuareg” sembrano fare da un blu lapislazzulo lontano e profondo.

 

 

Lucrezia De’ Ruggeriis

Una raffinata, aristocratica speranza.

 

Ad allontanarsi dal quadro si può fare un inventario interiore degli elementi percepiti: una situazione, un profilo, uno sguardo, tratti fisici dalla nervosa, eclettica dinamicità.

E’ ben ciò che è stato e già più non è, un momento del tempo che è cambiato, non esiste più, non è riproducibile.

Ma come un utero scodella le sue creature, più d’una, ognuna con vita e sentire propri, non si ha l’idea di qualcosa di statuariamente definitivo o ultimo.

Benché lontani dai ben noti dinamismi d’antan, ci troviamo in una tutto sommato ottimistica ottica di evoluzione della concezione del movimento.

A patto che la si comprenda.

A volte crudeli torsioni delle membra, su sfondi freddi di distacco.
Dolore che trasfigura.

A volte passioni malcelate, sanguigne, rovinose.

Inspessite, riscaldate da fiotti di emotività e da traboccante, indomabile sensualità.

O gelate, da lunghe angosce, violente, tra lo stupore e la meraviglia di un’avvenuta (forse...non è dato di sapere se patrimonio di tutti) comunicazione.

Finestre, anche bugiarde, sui visceri, preamboli infernali di spazi ove il fracasso e l’assordante fluire nelle vene vengono sedati e immortalati in un universo in cui ottusità o sterile strepitio sono messi al bando.

C’è spazio, invece, per una raffinata, aristocratica speranza.

 

 

Giampaolo Trotta

Giulia Gellini. Oscure trame dalle quali si sprigiona una vivida luce espressionista.

 

Ho avuto modo di conoscere recentemente l’opera pittorica di Giulia Gellini, in occasione di una recente mostra svoltasi a Firenze nel 2015.

Immediatamente ne ho colto l’originalità e l’autenticità, così difficilmente rintracciabili in un contesto odierno, oramai troppo inflazionato di noiosa e scontata ripetizione, di falsa concettualità e di ridondante vacuità, che si spacciano per anacronistica modernità.

I quadri della Gellini sono pittoricamente sempre ben costruiti su un solido telaio figurativo, estremamente rispettoso di proporzioni e prospettive (debitore, in parte, della formazione dell’artista, che esercita anche la professione di architetto e di interior designer).

Ma la sua figurazione si inserisce in un telaio di filamenti e di linee, come materializzazione di proiezioni prospettiche di disegni e di studi rinascimentali, che guidano, dirigono e nel contempo avviluppano i personaggi. Da questa trama evanescente, fili nelle mani di un invisibile burattinaio, resa luminosamente percepibile, da questa rete armonica e quasi matematica e proporzionale dai celati richiami umanistici, si inserisce l’esplosione espressionista del colore, vivo, deciso, spesso ‘violento’ e fluidamente psichedelico, che deforma e strappa la rete armonica, come in un disegno di linee luminose creato in 3D al computer, irradiando la superficie e proiettandosi virtualmente oltre i confini del quadro stesso, che diviene una finestra sul mondo, ritrae cioè solamente un lacerto del paesaggio interiore che continua al di là dei quattro lati della tela.

Linee che diventano come scariche luminose di lampi, di energia primigeni  che attraversa l’universo figurativo colto dinamicamente dalla Gellini, onde magnetiche, vibrazioni della luce e del suono che si irradiano e propagano - generatori - attorno al dinamismo di corpi trascinati dalla musica di un tango, in attese musicali o in serenate gitane.
Questa magica rete che si è fatta visibile, questo spirito che si fa carne, disegna e dirige la scena come il segno che pianifica un piano regolatore di città e territori interiori, città e architetture industriali che si smaterializzano dei loro solidi volumi per divenire utopie urbane, laiche Gerusalemmi celesti discese sulla Terra.

La trama è come una ragnatela che protegge ed imprigiona ad un tempo, segno esteriore di ragnatele interiori, delle paure profonde dell’Io che tenta di liberarsi dal peso della non accettazione di se stessi. Incubi freudiani, sogni inespressi, grida münchiane in una solitudine che spesso è resa attraverso l’immagine di una sola donna, di una donna sola, che, come direbbe Bernardo Bertolucci, “balla da sola” la danza contraddittoria dell’esistenza.

Dalle trame oscure, dalle ragnatele nere del tempo e delle esperienze, dalle onde sinusoidali e blu elettrico dalle quali emergono gli occhi di un Tuareg vengono a noi ricordi e personaggi, quali i due ritratti - cupi e luminosi, contraddittoriamente come un ossimoro - di Maria Luisa de’ Medici, donna sola e volitiva che ci guarda attraverso le sue estreme e lucide, lungimiranti decisioni legate alla sua città nella parabola declinante della dinastia, attraverso le panie spaziotemporali nelle quali si dibattono e come un laser trapassano gli occhi vividi di lei, reinterpretazione esistenziale delle tele primosettecentesche dell’olandese Jan Frans Van Douven.

Proprio gli occhi sono una delle caratteristiche di varie opere della Gellini: occhi incombenti, scuri e profondi, pungenti, presenze inquietanti, che attraggono l’osservatore e lo penetrano, specchi dell’anima nei quali pare si riflettano gli occhi stessi dell’artista.

Trame che, nelle loro ragnatele nere, sono come i piombi che serrano i vetri luminosamente colorati in una vetrata gotica, trafitti dai raggi di sole che irradiano vita nelle interiorità ombrose dell’anima.

Come le murature continue delle chiese romaniche si aprivano alla nuova luce gotica e al fascino di storie visualizzate in tanti riquadri, alla luce simbolica del divino, in opposizione alla materia buia, vista come simbolo del peccato e del male, così la pittura di luce espressionista della Gellini dilania le emotività, le incertezze e le inquietudini, i demoni che si annidano timorosi nell’Io profondo e si apre allo splendore dell’amore universale.

Pittura, la sua, che, in talune opere si riscatta del tutto dalla figurazione per giungere, quasi come in un gioco, a fasci luminosi e cromatici di forte astrazione e potenza, dall’eco informale di un Emilio Vedova e dalle suggestioni costruttiviste di un Vinicio Berti.

 

 

 

 

Roberto Borra

 

 

Giulia Gellini nasce ad Udine ma vive e lavora a Treviso. Reduce da una importante personale allo Spazio BeHab di Milano dal titolo “L’arsenale delle 
vicissitudini”, l’artista si presenta al pubblico torinese con due opere pittoriche di grande vigore e raffinatezza. Protagoniste, Audrey Hepburn e Marylin Monroe. L’artista scrive: “Ciò che seduce esiste, rimane. Non c’è un tempo. C’è sempre”. Quell’essere oltre ogni cosa, quel ritrovarsi complici nell’infinito proprio delle icone, lo ritroviamo nel fascino atemporale di queste sue opere nelle quali intarsi di vissuto come specchi infranti filtrano i volti e forse l’essenza stessa dell’artista, che traspare. Un “modus operandi”  il suo  , intessuto di vibrazioni sensoriali in grado di  tradurre in arte l’essenza nella complessità del vivere. Alcuni pregevoli  disegni di Giulia Gellini raffiguranti Paolo Conte e Picasso saranno visibili durante l’esposizione. Un ulteriore valore aggiunto alla mostra che ci darà il senso dell’importanza del di-segno nell’espressione figurativa.
 
 

 

 

Michele Trevisanello

 

 

 

La bellezza di un'opera d'arte, spesso, è legata anche alla riconoscibilità. Il suo valore oggettivo sembra quasi palesarsi e prendere forma dentro noi come un'epifania. E' questo che si prova osservando le opere dell'artista Giulia Gellini, ma non al secondo quadro osservato bensì già al primo. Come è possibile? Forse perchè fin da subito lo stile che osserviamo ci parla dell'artista, fin da subito è chiaro, lampante, che quello stile è unico, che quello stile appartine solo all'autore di quell'opera, che quello stile una volta “scoperto” (come quando scopriamo e capiamo noi stessi guardandoci dentro) non potrà mai essere abbandonato perchè non è possibile cambiare il nostro modo d'essere. Guardando una di queste opere gli occhi sono illuminati di una luce nuova, una luce trasfigurata e quasi impossibile, riflessa da corpi e forme che così emergono dal buio con una incredibile forza ed espressività. E sono proprio i colori, ma non solo, a rendere riconoscibile un Gellini: un bianco nascosto sotto sfumature di gialli e verdi che divengono punti luce di un calore intermedio, un calore etereo, quasi irreale e che trasforma ogni cosa in puro simbolismo. Nell'ombra il blu prende vita dal nero, come se il colore fosse lì in attesa di mergere, in tensione di un vibrante desiderio di dialogo con gli altri colori di questa mistica tavolozza. Ma questo dialogo non è un dialogo di contatto: le linee nere che definiscono i disegno, e che caratterizzano tutte le opere dell'artista, separano, avvolgono, ed esprimono ciò che le masse dei corpi altrimenti non sarebbero in grado di esprimere. E così la ragnatela scende come un oscuro fascio luminoso sul corpo di una giovane donna, veicolo di un rosso carico di passione ma anche di dolore: avvolge, colora, macchia, trapassa. Così quel corpo divene l'espressione di un dialogo tra la sensualità e la sofferenza, come se questo quadro riuscisse in qualche modo ad individuare il confine e la compresenza tra i due. Quest'opera, come le altre dell'artista, ispirata indubbiamente dalla realtà più che da una mera concettualità, ha in sè una particolare inconfondibile magia espressiva: essere fatto di corde che anche se non sono tese creano la tensione degli opposti, corde che anche se non tese vibrano ed entrano in risonanza con chi le osserva. In questo dipinto vi è un corpo fisico, non trasparente, nel quale però possiamo vedere dentro: Giulia Gellini è l'artista che ha compreso e reso visibile come le corde dell'anima possono sovrapporsi alla realtà illuminandola di una luce nuova e rivelando ciò che nasconde.

 

 

 

Ludovico Gierut

 

 

Per dire di Giulia Gellini bisognerebbe rifarsi ai tanti critici e storici dell'arte, e ad altri che l'hanno lodata: da Donata Demattè a Giampaolo Trotta, a Lorenzo Bonini che ha parlato di “colore steso in trasparenza” che “muta, con soprassalti tremanti divorati dalla sensualità, residui di luminescenti citazioni del mitologico”.

Che siano qui, o no, una o due, o venti, non hanno la necessità d'essere spiegate, tanto sono chiare.

Ho ammirato lavori di gran forza – (...) – dove la ragnatela del segno sicuro e fluido pare, talvolta, avvolgere ogni soggetto.

Tutto, in lei, è frutto di un sorta di istinto controllato, pieno di una musicalità molto vasta.

Una musicalità dolce e pungente, a volte, che può mutare dal canto al grido.

C'è poi un accostamento tra figura e astrazione, ma emerge – ogni tanto in maniera perentoria – l'inconscio, l'introspezione, la lettura di sé e d'altri.

Credo, infine, che il linguaggio di Giulia Gellini ne rifletta in pieno il pensiero, dato che sistema – cioè produce – forme reali che si sposano alla contemporaneità.

E' attuale e per lei, come per altri, l'arte è comunicazione, e non certamente, impegnata com'è, un mezzo occasionale per aver lusinghe e lodi.

Delle cose forzate ci se ne accorge.

 

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